martedì 29 Novembre 2022
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Tecniche d’emissione di alternatori ad alta frequenza e trasmettitori ad arco Poulsen

Non me ne vogliano gli amici in ascolto ma, avendo parlato di alternatori ad alta frequenza e di trasmettitori ad arco Poulsen, mi sembrava giusto concludere facendo un cenno su come si potesse regolare l’emissione di questi impegnativi sistemi di trasmissione.

Innanzitutto, dobbiamo tenere presente che stiamo parlando di apparecchiature che molto avevano di elettromeccanico e ben poco di elettronico come noi intendiamo questo termine; l’impiego di componenti era relegato all’utilizzo di grossi condensatori, a volte costruiti con vetro e metallo, induttanze simili a serpentine per distillatori, giganteschi reostati e poco altro. Il cuore di tutto ciò era costituito da un complicatissimo indotto nel caso degli alternatori e da due grossi elettrodi, uno in rame e l’altro in carbone ed una dinamo, parlando di trasmettitori ad arco voltaico. Il mantenimento in frequenza del primo sistema, quello ad alternatore, era ” garantito” da un complicatissimo sistema di controllo della velocità, anch’esso elettromeccanico o addirittura soltanto meccanico, che consentiva di mantenere un numero di giri costante ed a questo proposito c’è anche da dire che, data la estrema larghezza dei ricevitori dell’epoca, spesso a cristallo o anche a triodo, la precisione delle frequenza di emissione era piuttosto relativa. Per ciò che riguarda invece l’emissione ad arco voltaico, tipico arco Poulsen, il mantenimento in frequenza, anche qui piuttosto relativo, era dato dalla reciproca distanza tra gli elettrodi tra cui scoccava l’arco che doveva essere mantenuta sempre uguale. In più, i due elettrodi dovevano essere mantenuti in costante movimento rotatorio su se stessi perché si consumassero in ugual misura su tutta la loro superficie, evitando l’irregolare distribuzione dell’arco. La faccenda era ancor più complessa data la presenza di due ventilatori, detti soffiatori che, puntati verso l’arco, ne impedivano l’archeggiamento mantenendo dritta la scintilla e contribuendo così al mantenimento della stessa onda di emissione. Vediamo brevemente alcuni cenni sulla regolazione di questi sistemi, direttamente tratti da ” ELEMENTI DI RADIOTELEGRAFIA”, edito dalla Signal Corps americana e pubblicato in Italia nel 1923. ” In un alternatore ad alta frequenza, la frequenza e quindi la risultante lunghezza di onda sono in relazione diretta alla velocità di rotazione ed al numero dei poli dell’indotto. L’induttanza e la capacità dell’antenna devono essere tali, che la frequenza naturale del circuito dell’antenna emettente sia la stessa della corrente generata dall’alternatore. Lo scopo si raggiunge regolando l’induttanza addizionale dell’antenna in modo da avere nell’amperometro a filo caldo la massima corrente di aereo che determina l’esatta emissione dell’apparecchiatura. Per i complessi ad arco voltaico si utilizza lo stesso metodo: la lunghezza dell’onda da emettere si ottiene, variando a circuito di aereo aperto la capacità o l’induttanza dell’antenna mediante il confronto con un cimometro regolato sull’onda voluta. Si sintonizza, quindi, il circuito dell’antenna, sempre variando l’induttanza addizionale di aereo, fino a che l’amperometro a filo caldo non dia l’indicazione di massima corrente nel circuito emettente. Al posto dell’amperometro, se non disponibile, si può usare ” un lampadino” spia munito di un adatto shunt, il quale si accenda soltanto quando i circuiti siano in risonanza. Il “lampadino” può essere agevolmente inserito direttamente nel conduttore di terra o può essere induttivamente collegato ad esso.” questo erano le semplici ed essenziali regolazioni che i nostri bisnonni dovevano fare per emettere RF in aria, con la certezza di poter trasmettere sulla giusta lunghezza d’onda. Se qualche appassionato volesse cimentarsi in questo tipo di trasmissione, potrà trarre ausilio da queste righe.

Paolo Pierelli

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